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Testimonianze

Campo profughi di Jabalia: tra resistenza e miracoli

Campo profughi di Jabalia

E’ la prima volta da quando sono qui, che ho l’opportunità di visitarlo, e soprattutto di incontrare le famiglie che ci vivono. Sono ancora gli educatori del ludobus ad aprirmi le porte di una Palestina che difficilmente finisce sulle prime pagine dei giornali.

Ad un tratto l’auto, che solitamente mi accompagna per le strade di Gaza, imbocca una via che perde l’asfalto grigio ed irregolare della città per diventare sabbiosa, il paesaggio è sempre più seppiato, la nuvole di polvere che solleviamo rende ancora più surreale il paesaggio che mi circonda e soprattutto l’esperienza che sto vivendo da 2 mesi.

Il ragazzo che è con noi, me e l’insostituibile interprete, è un giovane di 18 anni che sta finendo la scuola superiore, e che da qualche settimana è volontario nelle attività del Rec. Abita da quelle parti anche lui, rimane vago nel descriverci la zona in cui vive, ci dice solo che ci stiamo addentrando nel profondo del campo profughi di Jabalia. Sono un po’ stanca, è stata una mattinata intensa di lavoro, di tensione per i continui bombardamenti, ho fame e fa’ caldo, il sole riscalda con il calore tipico dell’una del pomeriggio palestinese. Ma proprio quando ci sentiamo meno pronti la vita ci sorprende, non riesco proprio a prevedere quello che succederà tra qualche minuto.

I miei occhi come al solito cercano di assorbire i colori, i bambini che corrono scalzi per la strada, i panni appesi alle finestre, i tappeti ai muri che arginano il nostro cammino, c’è silenzio,

L’auto si perde nel labirinto di quelle stradine sconosciute e sempre più strette, finchè seguendo le indicazioni del nostro giovane amico giriamo a sinistra, ci chiede di rallentare, siamo quasi arrivati. Tamer e Amhad si scambiano qualche frase in arabo, finchè l’auto posteggia dietro un carretto trainato da un asino.

Eccoci. Raccolgo il mio quaderno delle interviste, la borsa, controllo che il mio abbigliamento sia abbastanza decoroso per le persone che incontrerò, a volte noi europee siamo così poco attente al modo in cui ci presentiamo in ambienti culturalmente diversi dal nostro.

Scendo dall’auto e mi gusto per pochi secondi il vento caldo ma non afoso del primo pomeriggio. Seguo Amhad e Tamer , si apre una porta di ferro che chiude una casina bassa verniciata solo a tratti. Cigola mentre la apriamo, intravedo delle scansie semivuote su cui sono appoggiati due cartoni di uova, una bottiglia di olio, qualche pacchetto di patatine. Non riesco ancora a capire se sto per varcare la soglia di un negozio o quella di una casa. Ho un momento di disorientamento, che si chiarisce sempre di più, quando alla mia sinistra vedo un vecchio tavolo di legno, ad uno dei due lati ci sono due lettini, ma soprattutto dietro al tavolo è seduto un uomo, con una lunga barba bianca, che rende  più luminosi i suoi occhi grigio verde, ancora vivaci nonostante il suo volto sia segnato, non so ancora se dall’età o dalla durezza della sua vita. Lo capirò a breve.

Tamer lo saluta porgendogli la mano, immediatamente si gira verso di me e sommessamente come spesso accade, mi avvisa di non fare lo stesso, è un mussulmano osservante.

Mi preparano la sedia su cui mi invitano ad accomodarmi. Sono sempre molto emozionata quando ho l’opportunità di entrare a casa della gente, è come se già aprendomi la porta mi consentissero di accedere ad una parte della loro vita, ed è proprio così, riesco ad annusare l’odore di quella casa spoglia, scura, illuminata da una piccola finestra, ma l’umiltà in cui vive chi la abita non la priva in nessun modo della dignità tipica del popolo palestinese.

Lo ringrazio un po’ imbarazzata della sua disponibilità ad incontrarmi, gli chiedo se è informato sulla motivazione della mia visita, mi scruta e scuotendo timidamente la testa mi conferma che avrebbe preferito qualche chiarimento. Così gli spiego bene quale motivazione mi ha condotto a casa sua, a quel punto gli richiedo sorridendo se gradisce ancora la mia presenza. So già prima di incrociare il suo ultimo sguardo che è  semplicemente contento che io sia lì, pronta e curiosa di ascoltarlo, sento che si è creata una sintonia tra me e il mio intervistato, percepisco che il mio pomeriggio, un po’ stanco prima di varcare quella soglia sabbiosa, sta prendendo una piega molto interessante e così è. Mi rivolgo a Tamer che intanto accende la prima sigaretta, mentre 3 bambini fissano instancabili quello che sta avvenendo a casa loro: una giovane italiana vestita di azzurro sta interrogando loro padre, vorrei essere in ogni loro pensiero per capire il motivo che mi rende meritevole di così tanta attenzione e curiosità.

Dopo la mia anticipazione sull’argomento dell’intervista lui dice di aver sentito sempre molto vicino il popolo italiano, non il governo specifica, e per questo è anche molto contento di incontrarmi.

Mi presento, gli dico il mio nome, o meglio il mio nome “d’arte” in Palestina, Arina, perché Arianna, risulta troppo scabroso, significa “nuda” ed un signore palestinese mi ha spiegato che susciterebbe pensieri impuri. Per evitare ogni imbarazzo mio ed altrui accetto volentieri, e ormai da due mesi mi sono calata in questa nuova Arina: mi è venuto in mente spesso Terzani a proposito del vantaggio di viaggiare ed ogni volta avere la possibilità di essere Nessuno, o di essere chi si sceglie di essere, tanto risultiamo dei perfetti sconosciuti.

Il mio nuovissimo interlocutore a questo punto inizia il suo racconto che, attraverso tutto il contesto nel quale è calato attraverso le parole, gli sguardi e i sorrisi mi permetterà di vivere intense emozioni.

Inizia con l’annunciarmi che ha due mogli ed in tutto 17 figli, 9 maschi e 8 femmine, il primogenito ha 37 anni, mentre il più piccolo ha solo 40 giorni, e appena lo nomina, nell’arco di pochissimi minuti me lo ritrovo tra le braccia. Dietro la porta semichiusa che probabilmente conduce alla cucina, si nasconde una donna, ne sono quasi certa, i bambini come trottoline fanno avanti ed indietro da quel passaggio e appoggiano sul tavolo i loro semplici doni, come dei piccoli re magi silenziosi: un vassoio di the profumato di menta e per concludere una seven up fresca. Amhad nel frattempo mi dona tre rose colorate di giallo, rosa e rosso con un rametto di basilico, che in questo momento cercano di sopravvivere nella tazza di casa mia a Gaza.

I 17 figli a loro volta hanno riprodotto abbondantemente, come la maggior parte delle famiglie palestinesi, ed hanno messo al mondo una ventina di nipotini.

Infine tirando le somme, la bella famigliola che sto per conoscere è composta da 42 persone che vivono quasi tutte sotto lo stesso tetto.

Gli chiedo se ha sempre vissuto qui, a Jabalia, e mi risponde che fino al 1967 ha abitato qui, poi Israeliani volevano ucciderlo e così è fuggito in Giordania e dopo 27 anni è tornato a Gaza, perché non voleva che i suoi genitori anziani morissero senza averlo vicino. Attualmente non ha una carta d’identità, figuriamoci un passaporto,  era uscito dalla Giordania con uno provvisorio, esattamente 11 anni fa’, ed ora vive nella casa paterna.

E’ stato un resistente per 27 anni contro l’occupazione Israeliana, apparteneva al Fronte Popolare, a cui ha dedicato buona parte della sua vita, ma ad un certo momento è accaduto qualcosa che ha sorpreso straordinariamente la sua esistenza. Durante un conflitto, è stato colpito da due proiettili in testa ed in seguito ad una rischiosa operazione, ha perso la vista e la memoria. Mi sollecita vivamente a toccare le sue cicatrici.

Mi dice di essere stato miracolato da Dio: suo padre era molto religioso ed una mattina andando a pregare alla Moschea ha chiesto che lui riacquistasse la vista e la memoria. Stento a crederci quando  mi dice che dopo qualche giorno poteva vedere. Non posso negare che influenzata dalla mia tendenza di razionalizzare tutto, fatico a credere immediatamente a quel racconto, eppure una parte di me sta deponendo la sua resistenza e raggiunge il compromesso di accogliere generosamente ogni parola così com’è, senza interpretarla e categorizzarla. La memoria  i primi tempi non era davvero quella precedente all’incidente. Il fatto di essere stato miracolato, così continua a definirsi, lo aveva convinto a diventare un mussulmano osservante, e questa scelta strideva con l’ideologia del Fronte Popolare, che si rifà a principi comunisti, così per vari problemi insorti, ha concluso la sua esperienza di resistente militante, e con un po’ di nostalgia mi confida che se avrebbe proseguito quel cammino a quest’ora sarebbe il leader del Fronte Popolare. Aveva perso la memoria, nonostante non ricordasse più niente nemmeno i suoi famigliari, sentiva un legame particolare verso questi ultimi, la memoria del cuore era tutto ciò che continuava a segnare il suo presente. Afferma “Sono stati i giorni più belli della mia vita quando la mia mente era vuota”, rimango colpita e gli chiedo perché. Risponde che non doveva pensare ai soldi, le preoccupazioni quotidiane non lo angosciavano, si sentiva libero e tranquillo.

Ritorna al periodo in cui era resistente, e racconta di essere stato prigioniero degli Israeliani per tre anni. Ammette di non avere nessuna fiducia nel governo israeliano, ed è arrivato a queste conclusioni alla luce della sua esperienza, perché ha maturato la convinzione che quel governo non  voglia fare la pace. Allo stesso tempo non ripone nessuna speranza nemmeno in Hamas e Fatah perché entrambi hanno tradito le promesse che hanno fatto al popolo per la brama di potere. Mi rende partecipe delle sue opinioni in maniera lucida e critica. Purtroppo si rende conto che di fronte al mondo i Palestinesi sono terroristi ed il fatto di essere mussulmani è un aggravante ulteriore per l’opinione pubblica. Immediatamente incalza con tristezza  che il messaggio mussulmano è buono, il problema è quando viene estremizzato e strumentalizzato dai terroristi o stravolto con superficialità dai più deboli.

Prosegue sostenendo che i Qassam non possono fare paura a Israele specialmente a confronto con le armi che loro hanno a disposizione e che usano sul popolo palestinese. “Il loro obiettivo è quello di distruggerci, il problema non sono i Qassam, e Israele è talmente forte che se anche i Paesi Arabi si coalizzassero contro ne uscirebbero comunque sconfitti. Gli Israeliani sono una potenza che ha il supporto dell’America, un Paese che da solo sta determinando le sorti del mondo controllandone buona parte”. Sottolinea che nemmeno l’Europa può esprimersi totalmente e liberamente.

“Tutto quello che ho sono le uova e l’olio che vedi su quella credenza, il loro valore non è nemmeno quello di un pacchetto di sigarette, per cui credo che sia la grazia di Dio a permettermi di vivere, e di stare bene ugualmente. Quando parlo di soldi non ti sto chiedendo aiuto – lo rassicuro annuendo il capo – ed io so che tu mi stai credendo, lo vedo dai tuoi occhi; da quando ho recuperato la vista io a mia volta sto facendo un miracolo nella mia esistenza, perché non so come io possa stare bene. Non sono Maria e nemmeno Cristo. Io mi sento di vivere in un palazzo e per altri è impossibile ed incomprensibile. Questo palazzo si basa sulla soddisfazione  come dice il profeta Mohammed”.

Mi inizio un po’ a preoccupare, la conversazione sta diventando un po’ troppo religiosa, allora ritorno alla concretezza di cui vado in cerca a volte ostinatamente per capire, e non convinta di tutti quei miracoli, gli chiedo che lavoro svolge, e mi risponde che quello che fa’ durante il giorno è raccogliere i bambini del quartiere, riempire quella specie di piscina che hanno dietro casa e permettere ai bambini di giocare nell’acqua, ed in loro vede la felicità che non ha vissuto. Felicità dei bambini…questa frase si ripete come un eco nella mia mente e così istintivamente soffermo lo sguardo sui piccoli che lo circondano, e purtroppo amaramente leggo nei loro occhi tanta tristezza, sono scalzi, magrolini, sporchi, quieti.

Mi rassicura dicendomi che ogni giorno si pone le stesse domande che io gli sto facendo adesso. “Ho comprato 2 scatole di uova del valore di 50 Nis, se le venderò ne guadagnerò 10, ma io in qualche modo mangio lo stesso. Come posso vivere senza lavorare? In Palestina ci sono tante cose buone, siamo meno di 2 milioni di persone con tanti ladri, e sono gli aiuti esterni a supportarci, ma se la gente credesse in Dio, fidati, potremmo farcela da soli”. Mentre continua il suo racconto la stanza si popola di gente, ossia arrivano dei giovani uomini, con dei camici grigi, sono tutti suoi figli, e a turno come in un rito si siedono di fianco a lui, credo in base all’anzianità: tutti, grandi e piccoli, sono incantati dall’ascolto del loro babbo, ed io mi chiedo quante volte avranno già sentito quei racconti eppure ho di fronte una platea che sembra assistere ad una prima teatrale.

La porta continua ad aprirsi e chiudersi, fatico a mantenere l’attenzione. Riprende la sua storia: “Quando stavo tornando dalla Giordania, al confine gli Israeliani mi hanno fermato e chiesto se io volevo la pace tra la Palestina e la Giordania, chiaramente gli ho risposto di sì. Mi hanno interrogato per 5 ore e sollecitato a collaborare. Ma come potevo accettare, quando avevo dedicato gran parte della mia vita alla resistenza? Non potevo davvero. Comunque quando nel 1994 si è costituita l’Autorità Nazionale ho incontrato il cugino di Arafat e gli ho chiesto di fare un lavoro semplice, come il portiere, ma non mi è stato concesso nemmeno questo nonostante tutto il mio impegno politico. Quando Hamas ha assunto il potere gli ho rivolto la stessa richiesta, ma anche in quel caso nessuna risposta. Come potete vedere non vi è alcuna differenza. Ciò di cui sono contento è che io ho vissuto la Resistenza senza guadagnare nulla, mentre loro vivono dei dollari americani. Per essere un militante io ho trascurato l’educazione dei miei figli più grandi, ed infatti a scuola avevano dei problemi, ma quelli piccoli sono al contrario molto bravi perché ho il tempo di seguirli”. A conferma di questo mi mostra con orgoglio un quadretto che incornicia la premiazione scolastica di uno dei suoi figli.

A questo punto entra nella stanza la prima donna, ed è un arrivo che cambia l’atmosfera e mi aiuta ad avere più chiara la situazione di quella famiglia. Indossa un vestito rosso sangue, il velo nero, ha la carnagione abbronzata dal sole, e comprendo che lavora all’aperto ancora prima che lo dica lei. Ha due occhi scuri intensi, mi guarda, mi saluta calorosamente, mi sento meglio soprattutto quando vedo che prende parte alla conversazione liberamente.

L’uomo rincomincia il racconto dopo avermi presentato sua moglie appunto, o meglio una delle due, probabilmente la più anziana, mi sembrava impossibile che quella donna avesse potuto partorire quel piccolino di 40 giorni. “Con tutta questa sofferenza, quando entrano gli Israeliani, tutti i miei fratelli ed i miei figli combattono contro i carrarmati, questa è la difesa che dobbiamo fare, indipendentemente dall’organizzazione che ognuno di noi segue. Vedi questi tre figli? Uno di loro è militante nelle forze armate di Fatah, uno di Hamas ed uno della Jiiad islamica. Viviamo tutti sotto lo stesso tetto. Nessuno di loro guadagna niente per lavorare con queste organizzazioni palestinesi. I ragazzi sono abituati ad essere liberi, li ho educati così, ognuno segue ciò in cui crede nonostante siano fratelli. A volte litigano, nascono dei conflitti, perché vogliono far prevalere la loro posizione ed idea individuale. Non trovando un accordo vengono a consultarsi con  me e mi dicono che quando io faccio un’analisi politica sono il migliore, nonostante non appartenga attualmente a nessuna organizzazione.”.

Ritorno alle mie domande, guardo i bambini che mi circondano ancora una volta, in realtà vorrei dedicargli molta più attenzione, e chiedo se vanno a scuola. Mi risponde di sì, e specifica che due di loro lavorano anche: quello di 9 anni vende la menta, ha ricevuto la premiazione per i suoi risultati scolastici, l’altro, che frequenta la prima media, invece aiuta la mamma al mercato, ed il piccolo di 7 anni anche. Finalmente capisco il pilastro dell’economia famigliare, oltre alla grazia di Dio, la donna  in piedi vicino a me lavora con i suoi figli. “I bambini imparano tante cose nel lavoro” li guarda con dolcezza paterna, finalmente gli strappa un timido sorriso. Ma afferma che si vergogna un po’ che il suo piccolo venditore di menta chieda alla gente di comprarla, allora gli insegna a conservare comunque la dignità svolgendo il suo lavoro senza supplicare nessuno. La moglie piange e sfoga in una frase tutta la sofferenza che porta dentro al cuore “ Combattiamo ogni giorno la vita per mangiare”. Cala un momento di silenzio, Tamer, il mio interprete mi guarda ed anche Ahmed, mi commuovo. Il marito si scusa, cercando di relativizzare quelle lacrime sfuggite e rivelatrici di tutta la sofferenza e la fatica che in realtà vive la famiglia e sottolinea “tutti lottiamo ma è bello”. L’uomo aggiunge qualcosa che Tamer non riesce a tradurre ma la moglie smette di piangere ed inizia a ridere. Spesso mi sono accorta durante la mia permanenza qui di come le donne siano insostituibili custodi della tranquillità famigliare, del sostentamento economico, gli uomini pensano alla politica ma è il mondo femminile che accudisce i figli, pensa al cibo.

Proseguo l’intervista, e chiedo in quanti vivono in quella casa, non posso prevedere cosa scatenerà questo quesito. Nel frattempo il tavolo continua ad apparecchiarsi di piatti pieni di cetrioli verdi tagliati a spicchi. Sono per tutti, la stanza è sempre più popolata. Il mio interlocutore mi spiega che sistemare 42 persone nella casa è un compito molto arduo, bisogna avere le competenze di un militare, per distribuirle in 160 metri quadrati.

Non so se il mio sguardo esprime tutta la curiosità di chi vorrebbe aprire la porta semichiusa alla mia destra, comunque fatto sta che la prima moglie mi invita a visitare la casa e da questo momento si scatena l’entusiasmo generale: mi si apre ogni porta, ed io che pensavo che loro non volessero. Finalmente si spalanca l’uscio da cui sgattaiolavano i bambini, e incontro vicino alla cucina un’altra donna che nasconde il suo giovane viso dietro ad un velo nero, scopro in quel momento che è la seconda moglie, la mamma del piccolo di 40 giorni. La prima donna mi mostra le stanze su cui sono ammassati una decina di materassi, la camera da letto matrimoniale, il bagno dove c’è semplicemente un buco nel pavimento, una cucina la cui identificazione è un vecchio fornello arrugginito. Non ci sono mobili, tende, è tutto essenzialmente spoglio e soprattutto scuro, ma nella luce degli occhi di quella donna sembra stia visitando un palazzo, e non so che è solo l’inizio. Ed io mi immergo nel loro regno ed in fondo mi sento ancora più accolta di una principessa. Quando torno nella stanza della conversazione Tamer mi guarda con un volto sorpreso nel dirmi che il nostro intervistato è il padre del giovane volontario del Rec…guardo Amhad e scruto un’espressione imbarazzata sul suo viso. C’è qualcosa che mi sfugge, non capisco perché il giovane non ce lo avesse detto fin dall’inizio, probabilmente era imbarazzato, poi scopro che lui comunque non vive lì, ma da un’altra sorella in modo che possa studiare più tranquillamente. Non lo so, c’è qualcosa di diverso nella relazione tra il padre ed Amhad rispetto a quella che l’uomo dimostra di avere con gli altri figli. Rimane tutt’ora un dubbio. Comunque il giovane insieme a tutti i fratelli, i bambini, le donne mi trascinano fuori dalla porta, ritorniamo sul cortile, attraversiamo un’altra porta, iniziamo a salire le scale, non ci sono più porte, si alternano camere matrimoniali, 2 per ogni piano, ed in effetti la  tradizione poligamica non appartiene solo al padre, ma anche i figli hanno sposato due mogli. Oltre alle camere da letto che sono ordinate e arredate il resto dei vani sono spogli, qua e là ci sono bambini stesi a terra che dormono. C’è un vociare continuo che mi ubriaca, si alternano continuamente presentazioni, abbracci, baci, spiegazioni in arabo che non comprendo minimamente, però, per quel poco della lingua che ho appreso, intendo che mi stanno invitando a pranzo. Sono persa in un labirinto e sinceramente ad un certo punto perdo l’orientamento, ed il fatto di non avere Tamer con me mi fa’ sentire un po’ insicura nonostante le emozioni di gioia  mi stia riempiendo il cuore. Purtroppo anche nei momenti più belli mi rendo conto che ciò che sta succedendo nella Striscia, le norme di sicurezza a cui siamo sottoposti continuamente, il rischio rapimenti per gli internazionali, gli scontri tra Fatah e Hamas…si sono purtroppo insinuati anche nella mia vita, provo un misto di tristezza e quasi mi sento in colpa per non riuscire a godere della pura felicità che in realtà vorrei assaporare senza nessun filtro. Ma non riesco a dimenticarmi completamente di dove sono, ed infatti quando torniamo dal nostro signore e Tamer, entrambi mi annunciano che sono rincominciati gli scontri tra Hamas e Fatah. Ci salutiamo calorosamente, mi invitano a visitarli tutti i venerdì, so che non mi sarà possibile, così l’unica cosa che posso dirgli è che tornerò sicuramente almeno una volta prima del mio rientro in Italia. Nel turbine di quei saluti il signore mi richiama simpaticamente a salutare la sua seconda moglie…me la ero dimenticata. La più anziana è impossibile scordarla perché è sempre vicino a me, continua a mandarmi baci, ed il marito mi saluta dicendomi due cose: la prima è che io sono da oggi parte della loro famiglia, e la seconda è la richiesta di raccontare al popolo italiano come vivono davvero i Palestinesi.

Arianna Taddei-Gaza 28 Maggio 2007

 

 

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